Mio padre è economista (con una specializzazione in diritto 😉 ) e direttore di associazione – oggi in pensione.
Ed era convinto, per molti anni, fermamente che nella sua associazione non ci fosse bisogno di un giurista (bensì piuttosto di classici economisti ed economiste).
Questo è tanto più notevole se si considera che, nel corso della sua carriera, mio padre ha fondato e diretto con grande successo ben quattro associazioni e una GmbH, oltre ad aver contribuito alla fondazione e alla gestione di numerose altre organizzazioni. Assumeva collaboratori, stipulava contratti, affittava uffici, richiedeva e gestiva progetti finanziati, collaborava con aziende, ministeri e altre organizzazioni e ogni giorno prendeva decisioni che, in un modo o nell’altro, potevano avere implicazioni legali.
Ma un giurista?
Non ne aveva bisogno. Non lo voleva.
O almeno così pensava.
Poi sono arrivata io.
Va detto: non ha cambiato idea del tutto volontariamente.
Quando ho iniziato presso l’Associazione Regionale dell’Industria del Baden-Württemberg – oggi Unternehmer Baden-Württemberg – ero l’unica giurista tra una decina di colleghi.
Mio padre, allo stesso tempo, era il mio capo.
Il che probabilmente basterebbe già da solo come spunto per un articolo a parte.
Per la nostra collaborazione valeva comunque fin dall’inizio una regola piuttosto chiara: in ufficio lui era il mio capo e io una delle sue collaboratrici. Il fatto che fossimo parenti non aveva alcun peso lì dentro.
Una cosa però cambiò piuttosto in fretta.
Quando in associazione emergeva una questione legale, finiva sul mio tavolo.
All’inizio solo occasionalmente.
Poi sempre più spesso.
E a un certo punto, del tutto normalmente.
E all’improvviso il diritto era ovunque.
C’erano contratti da verificare o redigere.
Questioni di diritto del lavoro.
Diritto delle locazioni.
Protezione dei dati.
Condizioni di finanziamento.
Progetti internazionali.
Temi di diritto societario e associativo.
E infine persino la fusione di due associazioni.
La cosa interessante era questa: nessuno di questi temi si annunciava prima con le parole: “Attenzione, ora arriva un tema legale.”
Spesso iniziava con una domanda innocua.
O con una decisione da prendere.
O con un’idea, per la quale qualcuno a un certo punto chiedeva: ma possiamo davvero fare così?
Ed è esattamente a quel punto che la presunta giurista superflua diventava improvvisamente una risorsa molto pratica.
Forse, però, mio padre aveva anche un po’ ragione.
Perché ciò di cui non aveva bisogno, in realtà, era qualcuno che gli spiegasse per prima cosa, a ogni idea, perché (legalmente) non poteva funzionare.
Non aveva bisogno nemmeno di perizie lunghe pagine su problemi che prima non aveva nemmeno avuto.
E tanto meno di qualcuno che, a ogni decisione imprenditoriale, pigiasse il freno per riflesso.
Ciò di cui aveva bisogno – e di cui probabilmente ha bisogno ogni azienda – era qualcuno che capisse cosa voleva ottenere, riconoscesse i rischi legali e poi aiutasse a trovare una strada percorribile.
Forse, dunque, la sua iniziale diffidenza verso i giuristi non riguardava tanto il bisogno di competenza legale, quanto ciò che entrambi intendevamo per consulenza legale.
“Non si può fare” non è ancora, dopotutto, una consulenza.
Questo è un pensiero che ho portato con me dalla nostra collaborazione fino a oggi.
Certo, ci sono situazioni in cui la risposta giuridica deve essere semplicemente “no”.
Ma molto spesso il lavoro vero e proprio non è ancora finito.
Allora la domanda successiva è:
Come si può fare altrimenti?
Si può strutturare un contratto diversamente? Scegliere un’altra struttura? Limitare un rischio? Distribuire diversamente le responsabilità? Modificare un processo? Oppure raggiungere l’obiettivo imprenditoriale per un’altra via, giuridicamente sicura?
È proprio lì che la consulenza legale diventa interessante, per me.
Non come istanza impeditiva, ma come parte della soluzione.
E poi la faccenda è diventata internazionale.
Alla mia attività si sono aggiunti abbastanza rapidamente, grazie soprattutto alle mie ampie competenze linguistiche, progetti internazionali – tra cui in Messico, nell’area danubiana e in Ghana.
Lì, al più tardi, non bastava più comunque pensare esclusivamente in categorie giuridiche.
Improvvisamente, allo stesso tavolo sedevano aziende, associazioni, ministeri, enti finanziatori e partner di progetto provenienti da paesi diversi. Sistemi giuridici diversi si incontravano con modi di lavorare, interessi e culture diverse.
In quei casi serviva a poco sapere soltanto cosa dice una legge.
Bisognava capire come funzionano i soggetti coinvolti, quale obiettivo perseguono e come trasformare presupposti molto diversi in un progetto comune.
Forse è proprio lì che è nato ciò che oggi definisco consulenza aziendale integrale.
Mio padre, alla fine, ha quindi ammesso di essersi sbagliato?
Beh.
Chi conosce i padri sa che non bisogna aspettarsi troppo da momenti del genere.
Ma ho potuto consigliarlo, insieme ai miei colleghi, per molti anni su questioni legali. In seguito sono passata al Forum Luft- und Raumfahrt Baden-Württemberg e.V., che lui dirigeva anch’esso, finché due anni fa il consiglio direttivo lo ha congedato per il pensionamento e ha nominato me direttrice generale. E la domanda se un’associazione abbia davvero bisogno di competenza giuridica, a un certo punto, ha semplicemente smesso di porsi.
Lo considero semplicemente una “ammissione di colpa”.
E cosa ne ho imparato?
Forse soprattutto questo:
Una buona consulenza legale si riconosce dal fatto che chi deve prendere una decisione, dopo la consulenza, riesce a decidere meglio di prima.
Mio padre era economista.
Io sono giurista.
Lui voleva sapere come risolvere un problema.
Io volevo sapere come risolverlo in modo giuridicamente sicuro.
E a un certo punto abbiamo scoperto:
Le due cose funzionano sorprendentemente bene insieme.
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